Shadows di John Cassavetes

Ombre di John Cassavetes

Il cambiamento di clima, e la data storica in cui è nato il “nuovo cinema americano”, si può far risalire all’autunno 1958 con il film Shadows (Ombre) di John Cassavetes.

La presentazione sugli schermi di Shadows (girato in 16 mm ed ingrandito poi in 35 mm) non solo dimostrò chiaramente le tendenze del “nuovo cinema americano” ma distrusse anche il mito del milione di dollari per produzione.

In quel tempo la rivista Film Culture nel suo editoriale “A Call for a New Generation of Film Makers” scrisse: « Shadows prova che un buon film può essere fatto con soli 15.000 dollari, ed è un film che non tradisce né la vita né il cinema. Che cosa prova ciò? Che noi possiamo finalmente fare i nostri film, da noi stessi. Hollywood e le piccole Hollywood in miniatura dei nostri cosiddetti indipendenti, non potranno mai fare i nostri film ».

Lo stesso Shadows è un film senza intreccio, in episodi, girato senza sceneggiatura. Si tratta di una serie d’impressioni che mostrano alcuni aspetti della vita di un famiglia, due fratelli e una sorella. Il film si svolge di notte, strade buie, bar e luci al neon. Attraverso una serie di rapide annotazioni e precise intuizioni psicologiche, il film lentamente nasce e si svolge, senza nessuna preoccupazione di trama, e nello stesso tempo propone l’immagine della città, con le sue strade e la sua vita notturna. I diversi aspetti della città, le relazioni fra i suoi abitanti, l’amore ed i litigi familiari, tutto ciò viene rivelato con forza. Il film potrebbe iniziare e finire in ogni scena, ma è questa sua apparente casuale frammentarietà che lo rende appunto così convincente, così spontaneo, e così vero. Il successo di questo film è particolarmente dovuto alla sensibilità di Ben Carruthers, che interpreta la parte di un giovane solitario, un personaggio che nel copione era descritto con queste annotazioni:

Benny. Egli è portato dall’insicurezza del suo colore a chiedere ospitalità nel mondo dei bianchi. Al contrario di suo fratello Hugh, o di Janet, egli non ha sfogo per le sue emozioni, e ha passato la sua vita cercando di decidere di che colore essere. Ora, dal momento che ha scelto di volere appartenere alla razza bianca, il problema per lui è come esserne accettato. Ciò è difficile poiché egli sa che, in un certo senso, ha tradito la sua razza. La sua vita è una lotta senza fine, per provare a sé stesso qualcosa che realmente non esiste, la sua vita d’ogni giorno, non ha sfogo.

A questo punto devo fare una precisazione che mi sembra necessaria: esistono due versioni di Shadows. Dopo la presentazione sugli schermi della prima versione, la reazione da parte della generazione più giovane fu addirittura “estatica”. Ma, i distributori, interessati al film persuasero Cassavetes a rigirare e rimontare alcune scene, in modo da renderlo più adatto alle sale cinematografiche.

Cassavetes, nel suo film ha usato, spesso alla perfezione, molti di quegli elementi che sono fra le essenziali caratteristiche del nuovo cinema americano e che, molto spesso, corrispondono anche a quelle dei cineasti della Nouvelle Vague, specialmente se si paragona Shadows alle opere di Truffaut e Jean-Luc Godard. Louis Malle, il quale ha veduto la seconda versione di Shadows, non poté non rivelarne le qualità di spontaneità. Moi, un noir è forse il film che più gli si avvicina, con la differenza che Cassavetes ha impiegato attori reali mentre Rouch si è servito di persone reali.

Data l’inesistenza della sceneggiatura, gli attori hanno dovuto improvvisare le loro battute sul luogo. Il linguaggio, le situazioni e gli avvenimenti hanno tutti la freschezza di una tale improvvisazione. Il regista ha lasciato ampia libertà agli attori, (ricordiamo la libertà che Renoir da ai suoi interpreti) senza predisporre una conclusione obbligata. Tutti gli episodi venivano improvvisati, lasciando la conclusione morale allo spettatore, come ha fatto Truffaut ne I quattrocento colpi.

La fotografia stessa ha rinforzato questo carattere di testimonianza di vita in movimento con il suo bianco e nero, presentato senza alcun intento artificioso, rozzo, crudo, incisivo, senza abbellimenti hollywoodiani, né ritocchi alla John Alton e compagni. Solo, raramente, qualche primo piano di vecchio stampo, ricorda l’antica scuola.

I punti deboli di Shadows sono gli stessi di qualsiasi debuttante. Cassavetes non aveva le idee chiare circa i suoi fini, né era conscio dei suoi veri intenti artistici. Quello che Cassavetes raggiunse fu più un risultato del non sapere che del sapere. (Ci viene in mente l’osservazione di Orson Welles circa Citizen Kane: « Io non avevo intenzione di inventare qualcosa. Mi sono solo chiesto: Perché no? L’ignoranza, sapete, ha un grande dono, quello di condurre a qualcosa. Questa è la dote che mi ha condotto a Kane: l’ignoranza »). Le molte imperfezioni, il non professionismo dei tecnici divennero così una parte integrante del film, il suo vero stile, che dà al film quella certa crudezza, quella certa impurità, che lo fa più autentico e meno ufficiale.

JONAS MEKAS

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