Cinema contro televisione

Fellini lei è accusato di avere tradito il cinema

Correva l’anno 1970. Più di 7000 sale cinematografiche italiane hanno dichiarato guerra alla televisione e rifiutano di proiettare il film I Clowns di Federico Fellini (prodotto dalla Rai, televisione pubblica italiana, ORTF Francia, Bavaria Film RFT e Compagnia Leone cinematografica). Il regista Fellini viene accusato di avere tradito il cinema.

Gi esercenti del cinema, cioè i proprietari e gestori di sale cinematografiche, hanno deciso il boicottaggio dei film prodotti dalla televisione, affermando che tale pratica, anche in linea di principio, è inaccettabile. « Pur nel rispetto dell’altrui libertà d’iniziativa », sostengono, « tale pratica è pregiudizievole non solo dagli interessi ma della vitalità stessa del mezzo cinematografico ». Si tratta d’una controversia che riguarda i rapporti tra sale cinematografiche e televisione, ma che in pratica coinvolge colpisce gli industriali del cinema, i produttori, gli autori di film. Lo spunto per questa riapertura delle ostilità è stato offerto da I clowns, de lei realizzato per la TV italiana. Anche lei Fellini, è dunque interessato direttamente in questa vicenda…

« Mi trovo ad esserci dentro per caso. Ho fatto questo film per la televisione, e dopo la proiezione al Festival di Venezia i primi a dirmi che era un film per il normale circuito cinematografico sono stati proprio gli esercenti. I produttori del film hanno chiesto il permesso alla televisione, e la televisione, correggendo i termini contrattuali, ha permesso che I clowns, invece di aspettare due anni per essere programmato nei cinema, venisse proiettato il giorno dopo della trasmissione televisiva. Quindi a rigor di contratto i dirigenti della televisione hanno mostrato un notevole spirito di collaborazione verso il cinema. Quando tutto era pronto per firmare l’accordo con una casa di distribuzione e la penna stilografica stava per firmare l’assegno per il minimo garantito, si è sentito un grido violento dalle parti dell’Alta Italia: erano gli esercenti del Nord che dicevano: « No! Se il film esce prima in televisione, il film non lo proietteremo mai nelle nostre sale… Stringiamoci tutti, siamo settemila, la televisione si arrenderà… ».  La penna si è fermata di colpo e l’assegno non è stato firmato. Maledizione! Scherzi a parte, non mi trovo d’accordo con la presa di posizione degli esercenti. Non soltanto perché tentano d’impedire che il film, anche se realizzato per la televisione (io mi esprimo per immagini; per me televisione o cinema sono la stessa cosa), raggiunga il pubblico in una sua sede molto naturale, cioè la sala cinematografica, e nella sua forma più completa: colore e schermo grande, così come l’ho realizzato, ma per il modo come questa protesta viene fatta. Inoltre, è il primo caso del genere: può darsi che I clowns dimostri, dato che non esistono precedenti, che la televisione possa servire a lanciare un film, e non a farne perdere la forza vitale… ».

Gli esercenti, per quegli autori che lavorano per la televisione, parlano implicitamente di tradimento. Dicono che se un film esce prima in televisione, anche una sola volta come accadrà per I clowns, si pregiudicano addirittura non solo gli interessi ma la vitalità del mezzo cinematografico…

« Questa è la presa di posizione di una categoria. Qualcosa di corporativo. È una battaglia che mi trova del tutto estraneo, soprattutto perché certe rivendicazioni degli esercenti nei confronti della TV vengono fatte con caratteri ultimativi. È un vecchio conflitto che si riaccende cogliendo un pretesto occasionale, offerto dal mio film. La vitalità del mezzo cinematografico non può essere tutelata soltanto da un punto di vista commerciale, come si tenta di fare oggi. Gli esercenti difendono i loro incassi: è un loro diritto. Ma rilanciamo vecchi richieste: spostare magari Canzonissima al pomeriggio, per dar modo alla gente di andare al cinema la sera, o sopprimere le partite di calcio la domenica, cosa che in Italia potrebbe far scoppiare la rivoluzione. Sarebbe come se voi che fate i giornalisti chiedeste alla TV di sopprimere una parte dei servizi giornalistici televisivi e, soprattutto, di escludere le immagini, la documentazione visiva, filmata o diretta, di determinati avvenimenti. La televisione è una realtà del nostro tempo: è giornalismo spettacolo. Non si può pretendere  di arrestare questa nuova forma di progresso. Se oggi si fanno rivendicazione verso la TV per la produzione o la programmazione in anteprima di un film, che cosa accadrà domani, quando anche l’Italia sarà invasa dalle videocassette? Quando cioè, la gente potrà scegliersi lo spettacolo che vuole per vederselo in casa? Che cosa dovranno fare gli industriali, i produttori, gli autori, gli attori? Scegliere tra le videocassette e le sale cinematografiche? Sarà inevitabile che i film circolino nelle case, sia pure nel rispetto dei legittimi interessi ».

Già, ma gli esercenti sostengono, oggi, che un film dato in anteprima in TV scade d’interesse, non fa più richiamo per il pubblico.

« Non ne sono affatto convinto. In televisione, ripeto, un lavoro realizzato a colori rende solo parte del suo valore espressivo totale. Vedere un film in anteprima sul piccolo schermo familiare, in bianco e nero, in un clima domestico distratto e non nella dimensione naturale che è quella dello schermo cinematografico, secondo me può costituire uno stimolo a rivedere quel film al cinema. Poi, ci sono coloro che vanno più volentieri al cinema, la sera, e che non sempre guardano la televisione, per i motivi più diversi. Perché togliere a questo pubblico la possibilità di vedere un film atteso, solo perché una volta è già apparso sul video?
D’altra parte non dimentichiamo che, per le pellicole che incontrano resistenze nel pubblico, talvolta solo iniziali  e magari ingiuste, l’esercente in genere non ha indulgenza.Quando un film non fa incassi, le sale lo tolgono subito di circolazione e lo sostituiscono. L’esercente si preoccupa dell’incasso: compie un’operazione commerciale del tutto svincolata da problemi di sostegno d’una cinematografia d’impegno artistico, d’una cinematografia educativa. Quando non s’incassano danari, anche se si ha tra le mani un piccolo o grande capolavoro (ci sono film che il pubblico scopre a distanza: la storia del cinema l’insegna), si cambia programma subito. Perché, dunque, stabilire il principio generale di respingere una pellicola data in televisione, indipendentemente dalla sua possibile vitalità? Perché vincolare una categoria intera a questo principio, anziché lasciar libero chi voglia correre presunti rischi di programmare quel che crede? È questa chiusura collettiva, questa illiberalità, questa mancanza di democraticità che nella polemica in corso colpisce e disturba ».

(tratto dalla inchiesta Cinema contro televisione di Renzo Trionfera, Enzo Magrì e Sandro Ottolenghi)

Annunci