Storia (quasi) segreta di un film

Come tutte le favole che si rispettano, anche La dolce vita potrebbe iniziare con la frase di rito: “c’era una volta”. In verità, la mattina che negli uffici di via XXIV Maggio avvenne la ratificata degli accordi tra Federico Fellini e Dino De Laurentiis, circolava aria di festa, ed entrambi continuavano a ripetere fra un abbraccio ai giornalisti ed una strizzata d’occhio ai collaboratori, che il risultato sarebbe stato una produzione di alto livello. Ma si trattava in sostanza di un equivoco, o, meglio, di una favola, perché il primo sognava di portare sullo schermo le storie che durante la notte gli bussavano alla testa, mentre il secondo pensava segretamente alla Divina Commedia e al ciclo dei Nibelunghi. Ad ogni modo con tanti sorrisi da distribuire agli ospiti, con il vento dei milioni incassati dalla Strada e da Le notti di Cabiria che aleggiava ancora intorno, e tanti anni, assicurati dal contratto, davanti (fino allo scadere del 1963), non valeva la pena di farsi rodere dal sospetto.

Così per tutto l’anno, ed anche per il successivo, le telefonate quotidiane da cordiali divennero affettuose, dolcissime, perfino patetiche. Se Fellini proclamava che l’unico produttore serio, capace d’intuire le sensibili esigenze del pubblico era Dino, De Laurentiis a sua volta parlava animatamente d’arte e di esigenze culturali, sventolando il nome di Federico come una bandiera. Purtroppo la bandiera dell’entusiasmo cominciò leggermente ad afflosciarsi la sera in cui il regista annunciò al telefono, col suo timbro felpato ed esitante, che intendeva fare un film intitolato Viaggio con Anita, e che la protagonista doveva essere la Loren. A parte le obiezioni immediate di De Laurentiis, che vedeva sfumare una grande occasione per la moglie, si trattava di trovare una via d’intesa con Ponti, bloccato da ruggini antiche. Gli incontri e gli scambi di vedute  si susseguirono, e per ben tre volte Fellini nutrì l’illusione di averli messi d’accordo. Ma non appena usciva dalla stanza, il timore reciproco di venir messo nel sacco, provocava subito fra i due ex soci una divergenza insanabile di vedute.

La parola arrivò d’improvviso una notte di pioggia, dalle parti di San Paolo. Mentre in un caffè stavano bevendo l’aperitivo, Carlo Ponti prese Federico sottobraccio, e, quasi commosso, gli annunciò di voler cambiare vita. « Torno in famiglia », gorgogliava con la sua voce rauca il produttore, « e lascio perdere queste giovinezze…».

Se con la mente Fellini restava fermo all’immagine del film che si dissolveva lentamente, con l’orecchio però non poteva sottrarsi all’interessamento per un caso tanto umano, ed alla fine gli sembrò che mostrarsi comprensivo e solidale fosse l’unica maniera di essere all’altezza della situazione. Senonché al mattino dopo, mentre si avviava a Cinecittà, apprese dai giornali della fuga di Ponti verso il Messico dove aveva raggiunto la Loren per convolare a nuove nozze. Secondo il parere dei bene informati si trattava d’una fuga-ultimatum imposta dall’attrice, decisa altrimenti a rompere ogni rapporto con il produttore.

La notizia provocò un rigurgito immediato di congetture ed indiscrezioni, ma insieme si trascinò dietro una ferma presa di posizione degli ambienti cattolici. Lo scandalo della bigamia, scoppiato due settimane dopo, fece entrare Viaggio con Anita nel deposito delle illusioni, e Fellini capì subito che il film chiave della sua vita, accarezzato per tanto tempo e costatogli due anni di lavoro, poteva considerarsi perduto. Anche se Ponti continuava a tempestarlo di cablogrammi e telefonate per invitarlo a girare il film in America, incapace di rendersi conto che un personaggio nasce con una sua destinazione geografica, per cui una cosa è descrivere il viaggio di una popolana da Roma ad Ortona-mare, ed un’altra da Los Angeles a Santa Fè.

Superato un primo periodo di scoramento, e sollecitato dalle caute insistenze di De Laurentiis, in fondo abbastanza soddisfatto della piega presa dagli avvenimenti, l’unica fu di pensare a un nuovo soggetto. Anche perché fra di loro erano corsi degli anticipi abbastanza considerevoli. Sottomano c’era sempre la continuazione dei Vitelloni, cioè Moraldo in città, e così un pomeriggio sbucò fuori dal cassetto un vecchio gruppo di appunti dattilografati, segnati dalla scritta in blu: “Moraldo”.

Purtroppo ad una attenta rilettura il soggetto cominciò a mostrare i suoi difetti sostanziali. Il racconto del giovane provinciale che approda nella capitale in cerca di un posto poteva ancora essere credibile, ma l’ambientazione era troppo strettamente legata al ricordo della Roma sparita col fascismo. E la Roma di ieri nulla ha da spartire, o quasi, con “l’enorme zatterone odierno, sempre in balia delle onde e sul punto di schiantarsi, mentre invece non affonda mai ”. Forse fu proprio l’immagine dello zatterone brulicante a far dirottare impercettibilmente l’attenzione del regista sulla città, sino a fargli dimenticare il personaggio di Moraldo. Solo che Roma ha mille facce, tutte valide e degne di essere portate sullo schermo. Ricominciarono nuovamente le incertezze, finché un giorno l’immagine di una cameriera ingabbiata  come un animale dentro un vestito a sacco, non gli suggerì lo spunto cinematografico. Bisognava portare sullo schermo la città nel suo aspetto più esasperato, viaggiando ai margini della parodia. Una parodia amara, capace di contenere tutto, dalle vetrine di via Veneto a Re Faruk, dai delitti alla speculazione edilizia, degli amori delle dive alla fine dell’aristocrazia. Dare il piglio del racconto a un film imperniato sulla decadenza d’una città, implicava rischi notevoli, e Fellini, intuendo che parlare con De Laurentiis di stile era perfettamente inutile, si rifiutò di fargli leggere il soggetto. « Vieni a pranzo la settimana prossima, che te lo racconto. Intanto tu scrittura Chevalier ed Henry Fonda », gli gridò svegliandolo a notte inoltrata.

De Laurentiis, entusiasmato, avrebbe voluto conoscere altri particolari, ma il giorno dopo Fellini era già sparito a Fregene, dove con Ennio Flaiano si mise subito al lavoro.

Segue…

Annunci