Capolavori del cinema da salvare

Non c’era un copione, gli attori non sapevano quello che avrebbero recitato il giorno dopo e fino all’ultimo rimase incerta la sorte di Ingrid Bergman: avrebbe preso l’aereo con il marito o sarebbe rimasta a Casablanca con Bogart? Nessuno sul set di quel film caotico e inaffidabile avrebbe immaginato che dopo 47 anni Casablanca sarebbe stato proclamato, con altri 24 titoli hollywoodiani, patrimonio nazionale degli Stati Uniti d’America.

La lista dei film “salvati per sempre”, nel solenne annuncio della Library of Congress, che li conserverà per i posteri, è ispirata a criteri cinefiliaco-americanistici piuttosto che alla poetica europeizzante dell’arteur: un ironico neologismo che somma artiste e auteur. Sul traguardo dell’eternità, vero fenomeno del secolo, vince il cinema-cinema, il cinema della risata, delle lacrime e dell’arrivano i nostri; il cinema “di forma e non di firma” come lo battezzò Mario Soldati. Anche se da Griffith a Chaplin, da Flaherty a Vidor, da Capra a Ford, da Disney a Wilder e altri, nell’elenco delle grandi firme ci sono tutte. O quasi.

Siamo felici che Mister Cinema, alle soglie del centenario, venga così clamorosamente accolto nel Pantheon. Anche se per ora le scarne notizie di agenzia non soddisfano tutte le curiosità e lasciano qualche dubbio. Perché ad esempio 25 film e non 250 o 2500? Perché di Ford si salvano Furore e Sentieri selvaggi e non Ombre rosse? Perché nell’elenco figura un mediocre film di Gordon Parks e non figurano Stroheim, Douglas Fairbanks, Greta Garbo e Mickey Mouse? E che ne sarà dei titoli europei? Non sarebbe ora che si mobilitasse anche Strasburgo al salvataggio di un patrimonio culturale affidato alla labile consistenza di un supporto di celluloide?

Bisognerà sapere di più, mobilitare entusiasmi privati e pubblici poteri perché il cinema classico non sparisca. Esistono, per fortuna, le cineteche, ma ci si rende davvero conto dell’importanza della loro funzione? Le quattro italiane riconosciute a livello internazionale (Roma, Milano, Torino e Bologna) strappano ai bilanci pubblici esigue somme che non bastano a garantire la conservazione del loro patrimonio. Il deposito di una copia di ogni film alla Cineteca del Centro Sperimentale è un obbligo di legge al quale i produttori adempirono svogliatamente, spesso consegnando copie sbagliate in stampa, mutile o altrimenti difettose. E poi è noto che la copia si consuma a tutti i passaggi e dura quello che può: ciò che conta è la conservazione del negativo da cui tirarne altre. Ma sui negativi esiste un diritto di proprietà, che spesso si traduce nel diritto di abbandonarlo all’autodistruzione conservandolo in condizioni inadeguate. O addirittura, visto che la storia del cinema è costellata di fallimenti, buttandolo via. Basterebbe aprire un’inchiesta solo sui film prodotti dalla Rai per scoprire che i negativi sono a volte irreperibili o conciati per le feste, tali insomma da non consentirne la riproduzione integrale e perfetta.

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Tullio Kezich
(Corriere della Sera, 20 settembre 1989)

Circa trent’anni dopo, molti film sono stati aggiunti alla lista della Library o Congress (Film Registry – National Film Preservation Board). Cosa si è fatto in Italia…?

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