Una materia che si chiama vita

Sciuscià di Vittorio De Sica 1946

Ainsi le cinéma italien d’aujourd’hui découvre-t-il le naturalisme autant par besoin de simplification matérielle que par instinct naturel d’affirmer sa liberté. De nombreux  films italiens de 1945-1946 ont l’air d’avoir été tournés à la sauvette, sans studio, au coin des rues, dans des maisons abandonnées; et ces sont des études de climat, ou l’observation du détail, le rythme dramatique des images, leur composition contribuant à l’intensité d’une action apparemment saisie sur le vif plutôt que reconstituée par le jeu des acteurs.
(Jacques Bourgeois, La Revue du Cinéma, Paris, été 1947)

Anzitutto il nostro cinema, per darsi un carattere italiano, dovrà osservare la vita che gli si viene svolgendo intorno, e uscire una buona volta dal chiuso dei teatri di posa. Vita  artificiale e luce artificiale sono i nemici numero uno del cinematografo, che ne dissecano ogni autentica linfa artistica.

Occorrerà che i nostri registi e soggettisti, prima di rimettersi al lavoro, si diano un po’ allo studio di quella materia che si chiama “Vita”. È una materia che non s’insegna in alcuna scuola né pubblica né privata, per la ragione che tutti gli uomini l’apprendono praticamente dalla nascita alla morte, in genere a proprie spese. Ma evidentemente i nostri cineasti hanno sfuggito finora a questa legge. Essi hanno ignorato quello che è il vivere della gente comune, se la vita da loro riprodotta sullo schermo era quasi sempre tanto diversa da quella che viviamo noi mortali, e sembrava piuttosto la vita di gente abitante su un altro pianeta, dove si trova sempre l’automobile alla porta di casa, dove tutti hanno palazzi con saloni e scalee, dove non si frequentano che grandi alberghi e vertiginosi locali notturni. Si direbbe che la cura maggiore dei nostri cineasti sia stata nel far sì che le ombre d’uomini che facevano passare sullo schermo rassomigliassero il meno possibile agli uomini in carne e ossa che passano nelle vie di questo basso mondo. Tutto, nel nostro cinematografo, parlava d’una vita fittizia, artefatta, esagerata, che del bene e del male, della gioia e del dolore, riproduceva solo gli aspetti retorici. È vero che scopo del cinematografo, come spettacolo, è anche quello di sollevare lo spirito degli uomini dalle cure quotidiane, trasportandoli per un’ora o due fuori del grigiore della loro esistenza. Ma non potrebbe esso divertire e commuovere senza deformare i valori della realtà, senza inoculare negli animi l’ansia di una vita facile, lussuosa, falsa, a cui si deve tanto dell’inquietudine contemporanea, di quello sfasamento d’istinti, di ambizioni, di desideri, per cui nessuno è più contento della propria condizione?

E allora: meno scene in teatro di posa, meno luci artificiali, meno costruzioni in legname e cartapesta. Muri veri, paesaggi autentici e luci naturali. Forse che l’Italia non è un paese adatto a far del cinema all’aperto? (…) Invece il nostro cinema è venuto manifestando una tendenza sempre più spiccata a chiudersi nei teatri di posa, a vivere in un mondo posticcio dove il sole è sostituito dalle lampade elettriche e il paesaggio da fondali dipinti.

Strano mondo quello del cinematografo! Dove non valgono le comuni ragioni della logica  e del sentimento, ma chissà mai quante altre ragioni che resteranno sempre misteriose a noi, poveri mortali.

(Arnaldo Frateili, Maschere, Roma, Aprile 1945)

 

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