Un giovane poeta per Commare secca

Bernardo Bertolucci e Francesco Ruiu La Commare Secca

Roma, aprile 1962. Seduto sul muretto di Villa Sciarra, mentre gli uomini della troupe sistemano la macchina da presa per la prossima inquadratura, Bernardo Bertolucci corregge assorto le bozze del suo libro di poesie. Fogli ancora umidi di inchiostro di tipografia: li ha portati trepidante poco fa, gelosamente racchiusi nella borsetta di coccodrillo rossa, Adriana Asti, la fidanzata del più giovane regista italiano. Bernardo Bertolucci ha vent’anni, appena compiuti. È iscritto al secondo corso della facoltà di lettere ma ancora non ha dato nessun esame: il cinema se l’è preso sottobraccio e lo ha portato lontano dalle aule dell’università. Del resto lui non ha fatto nulla per resistere all’invito. Anzi si è incamminato con baldo entusiasmo per la nuova strada. Ed ora eccolo a dirigere il suo primo film, un film vero, con un produttore vero, un operatore vero, un soggetto vero che reca la firma di Pier Paolo Pasolini. Lo scrittore dei ragazzi di vita è in un certo senso il “padrino” del regista esordiente: è stato lui un anno fa a sceglierlo come suo assistente per il film Accattone. Ed è stato ancora lui, qualche mese fa, a presentarlo al produttore Antonio Cervi raccomandandolo come la persona più adatta per dirigere il film tratto dal suo soggetto La Commare Secca.Così Bertolucci è diventato il più giovane regista d’Italia.

È un sogno che ha radici lontane. Quando Bernardo conseguì brillantemente la licenza ginnasiale, il padre, il poeta Attilio Bertolucci, gli chiese cosa volesse per regalo. Volle una macchina da presa da 16 mm. I genitori si aspettavano di veder riprese le scampagnate domenicali o le partite di calcio della squadra della scuola, ma Bernardo si lanciò subito spavaldamente nel primo filmetto a soggetto. Mobilitò tre cugini e raccontò la storia di tre ragazzi che in un bosco vanno alla ricerca di una teleferica che non sanno se è un ricordo d’infanzia o un sogno. Quella stessa estate girò un secondo film ancora più impegnativo: l’angoscia di un bambino che si era affezionato ad un maiale e che vede raggiungere il giorno in cui il suo amico viene trasformato in prosciutto e salsicce. In un clima di suspense il filmetto si apriva sulla scena di un’alba livida in cui un contadino erigeva sull’aia della fattoria una specie di patibolo. Il produttore di questo film era il padre di Bernardo che gli dava tremila lire a settimana per le sue spese e che lui trasferiva immediatamente in pellicola 16 mm. Del resto Attilio Bertolucci vedeva con simpatia questa passione del figlio: lui stesso, pur vivendo fra le poesie, si era accostato a più riprese al cinema come critico di vari giornali e della radio. E questo è un elemento da non trascurare considerando la formazione del giovane Bernardo: il suo gusto ed il suo interesse si andavano maturando su un terreno assai vicino alla critica. Un fattore questo che permette di accostare la sua esperienza a quella della maggior parte dei giovani registi della “nouvelle vague” francese. Bernardo Bertolucci non nega la sua viva simpatia per quel movimento e con loro ha in comune molte cose, come appunto la formazione nel mondo della critica e dei cineclub.

Come i Godard, i Truffaut, i Malle il suo rifiuto al tecnicismo è netto ed assoluto. Ha portato ancora più in là le posizioni polemiche enunciate ed applicate da Pasolini in Accattone. Ha soppresso anche quel ridottissimo parco lampade che Pasolini aveva accettato, ha rifiutato lo smembramento del copione, ha respinto i tradizionali sistemi di lavorazione. Invece delle lampade adopera qualche telo bianco per i riflessi e trascura completamente i mutamenti di luce ambientale. Gira con qualsiasi tempo: che il cielo sia nuvoloso o sereno, che la luce sia calda come al tramonto o cruda come a mezzogiorno non lo interessa minimamente. Sostiene che il pubblico a certe raffinatezze tecniche connesse al dosaggio delle luci non fa neppure attenzione. Quel che conta è la storia. E lui cerca di filmarla il più possibile di seguito, una pagina di copione dopo l’altra, in modo da assicurare anche una certa continuità emozionale agli interpreti. La troupe è leggera e può quindi spostarsi facilmente da un capo all’altro della città, senza preoccupazioni di piani di lavorazione. E con questo sistema garibaldino Bertolucci produce al ritmo di trenta inquadrature al giorno, un ritmo assolutamente sconosciuto al cinema tradizionale. « Se dovessi cedere al tecnicismo e fare cinque o dieci inquadrature in tutta la giornata » dice Bertolucci « sentirei isterilirsi ogni vena poetica. Sì, perché per me il cinema è innanzi tutto poesia ».

È questa una delle idee più care al Bertolucci: cinema e poesia sono due espressioni assolute. « Ogni sera prendo il copione e comincio a comporre le singole inquadrature che girerò il giorno dopo. Cerco un ritmo, un tempo da dare al racconto, ed è come comporre versi. Io scrivo poesie da quando avevo sette anni e posso assicurare che provo le stesse emozioni liriche. È attraverso il montaggio che il cinema si distacca dalla narrativa e si accosta alla poesia. Ed è per questo che io giro già montato: nella mia testa c’è già un ritmo preciso, ci sono tutti gli attacchi e gli stacchi delle scene ». Passando dalla teoria alla pratica Bernardo Bertolucci è impegnato attualmente nel suo primo film e nel suo libro di versi. Questo s’intitola: “In cerca di misteri” e sarà pubblicato fra qualche settimana: sono poesie in cui si sente l’uomo di cinema poiché contengono sempre un fatto, sempre un racconto. Il lirismo è quindi distaccato, quasi narrativo. (…)

Pier Paolo Pasolini ha scritto La Commare Secca (definizione che nel gergo delle borgate indica la Morte) ispirandosi ad un fatto di cronaca nera riportata dai giornali. Il soggetto originale è stato poi rimaneggiato perché Bertolucci ha voluto aggiungere dei personaggi che non appartengono al mondo pasoliniano delle borgate. Ed ha chiamato come consulente Sergio Citti, fratello di Accattone. Praticamente la sceneggiatura è stata interamente riscritta da Bernardo Bertolucci: in fondo anche questo fa parte della teorica del “cinéma d’auteur” tanto caro alla “nouvelle vague”. Senza lampade, senza attori, in sequenza, e con sotto braccio un copione praticamente suo, Bernardo Bertolucci si è posto senz’altro sulla posizione di battaglia dei giovani registi della “nouvelle vague”.

Luigi Costantini

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